IL MONTELUPO IN MEMORIA DI CASTELLANI

UNA DELEGAZIONE AMARANTO ALL’INAUGURAZIONE DELLA PRIMA PIETRA DI INCIAMPO

Non poteva mancare l’U.S.C. Montelupo all’inaugurazione della prima pietra d’inciampo nel giorno della memoria. La placca posta in piazza San Rocco a Fibbiana, davanti a quella che è stata la sua ultima dimora prima di essere deportato nel campo nazista di Mauthausen, era infatti quella dedicata a Carlo Castellani. Nato a Fibbiana e grande attaccante dell’Empoli a cavallo degli anni 30 del secolo scorso (ha detenuto fino al 2011 anche il record di gol in maglia azzurra), dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, si è seduto pure sulla panchina amaranto. Non per niente, così come quello empolese, anche lo stadio montelupino porta il suo nome.

Di fronte a molte gente e a tante autorità, si è trattato di una cerimonia molto toccante a cui hanno partecipato appunto anche il nostro presidente Alberto De Luca accompagnato dai capitani delle formazioni amaranto dalla Prima Squadra a tutti i team del Settore Giovanile. Questo il racconto del figlio Franco Castellani:

In tutto erano 21 quelli che furono potati via, 16 non tornarono più. Fra loro c’era mio padre, che è morto senza essere previsto: nella lista che avevano repubblichini e carabinieri c’era il nome di mio nonno, David, che quell’8 marzo era a letto con la febbre. Pensando di essere tranquillo e di non avere nulla da temere si offrì mio padre al suo posto, rassicurato anche dalla guardia comunale, Orazio Nardini che gli disse che la mattinata successiva sarebbe tornato a casa. Mio padre tornò indietro, salutò mia madre dicendole “ci vediamo presto” e mi diede un pizzicotto, dicendomi di fare il bravo.

Venne caricato su un camion pieno di gente che era già stata rastrellata. A Montelupo rimasero per un’intera mattinata in caserma, il maresciallo non si presentò e si fece fare un certificato medico. Da lì vennero trasportati a Firenze, dove alla stazione di Santa Maria Novella c’era un treno ad aspettarli, nessuna cuccetta, ma un cassone dove vennero stipate più o meno 60 persone. Il treno partì e dopo 3 giorni, senza mangiare né bere arrivarono a Mauthausen. Fecero l’appello e a ciascuna persona dettero un numero (lo conservo ancora); mio padre assieme ad Aldo Rovai furono trasferiti dopo due giorni al sotto campo di Gusen.

Lì lavoravano a diritto, il pasto consisteva in una brodaglia marrone che ricordava il caffè latte, un tozzo di pane, un po’ di margarina o di salame. Quello era il cibo per tutto il giorno. Dopo 3 mesi mio padre si ammalò di dissenteria, dimagriva a vista d’occhio. Il giorno prima che morisse Rovai andò a trovarlo, mio padre gli disse che stava male, ma non era agonizzante. L’indomani Aldo Rovai tornò nella baracca e gli dissero che Carlo Castellani non c’era più era già stato cremato. Questa è la storia di un giocatore, di un uomo finito per caso e per generosità in un campo di concentramento. Doveva essere mio nonno al suo posto, loro lo presero comunque e sapevano benissimo dove andava.